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Gay & Bisex

Operai a lavoro


di backfill
02.10.2025    |    3.285    |    6 9.4
"Il primo, un uomo con la barba folta e un corpo roccioso, mi sollevò, le sue labbra che si schiantarono sulle mie in un bacio vorace..."
L'aria estiva ristagnava, densa di promesse non mantenute e dell'odore di asfalto caldo, sulla mia piccola città universitaria. Di solito, il fruscio delle pagine sfogliate in biblioteca o il ronzio pigro delle conversazioni nei caffè erano i suoni dominanti. La cosa più eccitante che accadeva era una festa sguaiata giù per la strada, e persino quella finiva prima di mezzanotte. Sedevo nel mio soggiorno, la pila di libri di testo un muro impenetrabile tra me e il mondo esterno, o almeno, così avrei voluto che fosse. La luce del pomeriggio tagliava le persiane, illuminando le particelle di polvere che danzavano nell'aria immobile. Tentavo di afferrare i concetti contorti di economia, ma la mia mente continuava a vagare.
Un frastuono inaspettato lacerò la quiete. Un rumore di metallo che sbatteva, voci roche che si chiamavano l'un l'altro. Mi alzai, la curiosità più forte della disciplina. Dalla finestra, la scena che si dispiegava davanti a casa mia era qualcosa di nuovo, qualcosa che non avevo mai visto in questa sonnolenta cittadina. Una quindicina di figure imponenti si muovevano con una grazia inaspettata per uomini della loro stazza. Operai edili. Stavano montando un'impalcatura, una struttura scheletrica che si ergeva contro il cielo azzurro. Il sole di luglio picchiava impietoso, e tutti, senza eccezione, erano a torso nudo. La loro pelle abbronzata luccicava di sudore, i muscoli scolpiti si contraevano e rilassavano con ogni movimento, un balletto di forza e virilità.
I miei occhi si bloccarono su di loro, incapaci di distogliere lo sguardo. Erano statue viventi, scolpite dal lavoro e dal sole. Ogni bicipite, ogni addominale, ogni goccia di sudore che scivolava lungo le loro schiene era una tentazione. Il mio cuore cominciò a martellare, un ritmo tribale che risuonava nelle mie orecchie. Immaginavo le mie dita che scorrevano su quelle superfici calde e dure, la ruvidità della pelle, il sale del loro sudore. Un calore familiare si diffuse nel mio basso ventre, e presto, il mio cazzo pulsava, turgido contro la stoffa dei miei pantaloni.
La mano, quasi senza il mio permesso, scivolò verso il basso, infilandosi tra il tessuto e la pelle. Le dita si chiusero attorno all'asta tesa, un brivido mi percorse la spina dorsale. Chiusi gli occhi, e le immagini si fecero più vivide, più immediate. Un operaio, uno qualsiasi di loro, le mani grandi e callose che mi afferravano i fianchi, mi spingevano contro il muro, mi piegavano. Sentivo il suo corpo muscoloso premere contro il mio, il respiro caldo sul mio collo. Il suo cazzo, enorme e duro, che mi penetrava con una spinta poderosa, riempiendomi completamente.
Un gemito soffocato mi sfuggì dalle labbra. La mano accelerò, le dita che stringevano e rilasciavano, tiravano e sfregavano. Il piacere si accumulava, una marea crescente che minacciava di travolgermi. Il corpo tremava, le gambe deboli. Un ultimo strofinio vigoroso, e poi l'ondata. Il calore esplose, schizzando contro la stoffa, e un lungo, tremante orgasmo mi scosse da capo a piedi. Caddi sul divano, il respiro affannoso, gli occhi ancora chiusi. Non mi accorsi di nulla, non il rumore lontano del traffico, non il frastuono degli operai. Non mi accorsi che uno di loro, con la schiena appoggiata all'impalcatura, mi stava fissando direttamente. Il suo sguardo, acuto e penetrante, aveva attraversato la finestra, le persiane, e mi aveva colto nel mio momento più intimo. Un sorriso lento, quasi impercettibile, gli si disegnò sulle labbra.
Il mattino seguente, il sole era già alto, e il martellare ritmico degli operai aveva sostituito il canto degli uccelli. Ero ancora intontito dal sonno, un leggero indolenzimento tra le gambe mi ricordava la notte precedente. Un colpo secco alla porta mi fece sobbalzare. Chi poteva essere? Non aspettavo nessuno. Mi avvicinai, il cuore che batteva un po' più forte. Aprii.
Sulla soglia, la figura imponente di uno degli operai riempiva l'intelaiatura della porta. Era quello che avevo immaginato, quello con lo sguardo più intenso. I suoi occhi scuri mi scrutavano, un sorriso appena accennato gli increspava le labbra. Indossava una canotta strappata che metteva in risalto le braccia muscolose, e i pantaloni da lavoro erano macchiati di polvere.
"Ehi," la sua voce era profonda, risuonava nel mio petto, "mi chiedevo se potessi avere un bicchiere d'acqua."
La mia gola si seccò istantaneamente. Era Marco. Il suo nome mi balenò nella mente, sentito tra le chiacchiere degli altri operai. Annuii, incapace di formulare una risposta sensata. Feci un passo indietro, invitandolo ad entrare. Mi seguì, i suoi occhi che si muovevano, esplorando il mio corpo con una lentezza quasi palpabile. Sentivo il calore del suo sguardo sulla mia pelle, come un tocco fisico. Non c'era giudizio, solo un'intensa osservazione.
"La cucina è di là," indicai, la voce un sussurro rauco.
Mi seguì, i passi pesanti sul pavimento di legno. Mentre gli versavo l'acqua, sentivo il suo respiro sulla nuca. Era vicino, troppo vicino.
"Posso usare il bagno?" la sua voce era un mormorio basso, quasi un ringhio.
"Certo," risposi, indicando la porta in fondo al corridoio.
Gli porsi il bicchiere d'acqua, le nostre dita si sfiorarono, una scintilla elettrica percorse il mio braccio. Lui lo prese, bevve un sorso, i muscoli del collo che si contraevano. Poi, senza una parola, si diresse verso il bagno. Sentii la porta che si chiudeva, non del tutto, un piccolo spiraglio rimaneva. La curiosità mi punse, una sensazione irresistibile. Il ricordo del suo sguardo di ieri mi tornò in mente. Lentamente, quasi contro la mia volontà, mi mossi verso il corridoio, i piedi nudi che non facevano rumore.
Mi affacciai allo spiraglio. Spalancai gli occhi. Marco era lì, in piedi davanti al gabinetto, i pantaloni abbassati fino alle ginocchia. Il suo enorme pene, turgido e imponente, era stretto nella sua mano. Si stava masturbando, il respiro affannoso. I suoi occhi, neri e intensi, mi fissavano attraverso lo spiraglio, un invito silenzioso. Il mio cuore iniziò a pompare, un tamburo impazzito nella cassa toracica. Ero immobile, paralizzato da quella visione, da quello sguardo che mi aveva catturato, da quel cazzo che sembrava urlare il mio nome.
"Vieni qui, Luca," la sua voce era bassa, roca, un ordine che non ammetteva repliche. Non era una domanda.
Esitai solo un istante, un battito di ciglia. Poi, come attratto da una forza invisibile, entrai. La porta si chiuse alle mie spalle con un click morbido. Marco lasciò cadere il suo cazzo, ancora gocciolante di pre-eiaculato, e mi afferrò la mano. Mi tirò a sé, con una forza gentile ma decisa. Il suo cazzo, caldo e palpitante, mi sfiorò lo stomaco, la sua punta dura che premeva contro l'ombelico.
"Toccalo," ordinò, i suoi occhi che non lasciavano i miei.
La mia mano, quasi meccanicamente, si mosse. Le dita si chiusero attorno alla sua verga, la pelle calda e vellutata, la circonferenza impressionante. Un gemito profondo gli sfuggì dalle labbra, mentre spingeva i fianchi in avanti, premendo ancora di più contro la mia presa.
"Ora, succhialo," la sua voce era un sussurro rauco, un comando inequivocabile.
Caddi in ginocchio, la testa che mi girava, il sapore del desiderio già in bocca. Non avevo mai fatto un pompino prima. La mia inesperienza era palpabile, ma la sua presenza, la sua autorità, mi davano una strana sicurezza. Le mie labbra si aprirono, e la punta del suo cazzo premette contro di esse. Lo presi in bocca, il sapore muschiato e virile che mi invase le papille gustative. Era enorme. Le mie guance si gonfiarono mentre cercavo di accoglierlo. Marco posò le mani sui miei capelli, guidando il mio movimento, spingendo la mia testa.
"Più a fondo, Luca," sussurrò, le sue dita che tiravano dolcemente.
Obbedii, la gola che si contraeva, il cazzo che premeva sempre più in basso. Un conato di vomito mi salì, la sensazione del suo membro che mi colpiva l'ugola era nuova, sconvolgente. Ma lui non si fermò. Le sue mani sui miei capelli erano ferme, decise. Mi fotté la bocca, i suoi fianchi che si muovevano in un ritmo sempre più veloce, sempre più intenso. Sentii il nodo nella sua base che premeva contro le mie labbra, e poi l'ondata di calore. Il suo sperma caldo mi schizzò giù per la gola, un fiume denso e salato. Ingoiai, un misto di disgusto e un piacere selvaggio che mi fece tremare. Lui gemette, un lungo, profondo sospiro di sollievo, il suo corpo che si rilassava.
I giorni successivi si trasformarono in un susseguirsi di piaceri proibiti. Marco non si presentò più da solo. A volte, erano due dei suoi colleghi, a volte tre. Entravano dalla porta di casa mia con una disinvoltura che mi faceva sentire loro, non il proprietario. I loro sguardi famelici, i loro sorrisi complici, mi dicevano cosa volevano, e io, in un misto di eccitazione e sottomissione, lo concedevo.
Un pomeriggio, la suoneria del mio telefono vibrò sul comodino, ma non la sentii. Ero sdraiato sul divano, le gambe aperte, mentre due di loro, un gigante dai capelli rossi chiamato Davide e un uomo più snello ma ugualmente muscoloso di nome Stefano, si alternavano a penetrarmi. Davide, con il suo cazzo spesso e venoso, mi riempiva completamente, le sue spinte profonde che mi facevano inarcare la schiena, le lacrime agli occhi. Stefano, dopo, era più lento, più metodico, le sue dita che giocavano con il mio clitoride maschile mentre il suo cazzo, lungo e affusolato, mi scivolava dentro e fuori, le sue palle che schiaffeggiavano ritmicamente la mia pelle.
"Sei così stretto, piccola," ansimò Davide, i suoi muscoli che si tendevano mentre spingeva. Il suo respiro caldo mi sferzava il collo.
"Mi stai prendendo tutto," gemetti, le unghie che si conficcavano nella sua schiena.
"E tu ci prendi tutti, vero?" Stefano, appoggiato al muro, mi guardava con gli occhi lucidi, il suo cazzo pulsante tra le dita.
Perdevo il conto delle volte che venivo. Il mio corpo era un campo di battaglia di sensazioni, indolenzito ma vibrante di piacere. Vivevo in uno stato di confusione sensoriale, una nebbia di sudore, sperma e gemiti. Ogni giorno era un'attesa febbrile, un'eccitazione crescente per la prossima visita, per la prossima ondata di piacere. Amavo ogni minuto, ogni tocco, ogni spinta.
L'ultimo giorno di lavori, il rombo dei motori dei furgoni e il tintinnio degli attrezzi annunciarono la fine. Mi sentivo un misto di tristezza e un'eccitazione quasi insopportabile. Sapevo che non sarebbe finita senza un'ultima, grande, esibizione. E infatti, poco dopo, la mia porta si aprì. Questa volta, non due o tre. Erano tutti. Quindici uomini, i loro corpi muscolosi che riempivano il mio piccolo soggiorno. I loro occhi famelici mi fissavano, un'onda di desiderio collettivo che mi travolse. Sapevo cosa volevano, e il mio cazzo pulsava, anticipando il piacere che sarebbe arrivato.
"Luca," disse Marco, il suo sguardo che prometteva un'estasi e un'annientamento.
Mi afferrarono, con una forza dolce ma irrefrenabile. Non c'era bisogno di resistere, non volevo. Mi condussero al centro del soggiorno, la luce del sole che entrava dalla finestra, illuminando la scena. Le loro mani si mossero, veloci ed esperte, strappandomi i vestiti. I miei pantaloni, la maglietta, tutto cadde a terra. Rimasi nudo, esposto, vulnerabile, il cazzo teso e pulsante, una bandiera bianca di resa.
Mi circondarono, un cerchio di corpi sudati e muscolosi. Le loro mani vagavano sul mio corpo, esplorando ogni centimetro, ogni curva, ogni muscolo teso. Un tocco qui, uno sfioramento lì, le dita che mi pizzicavano i capezzoli, mi accarezzavano l'interno coscia. I loro cazzi, duri e turgidi, premevano contro la mia pelle, una sinfonia di carne.
Poi, uno dopo l'altro, si alternarono. Il primo, un uomo con la barba folta e un corpo roccioso, mi sollevò, le sue labbra che si schiantarono sulle mie in un bacio vorace. La sua lingua si fece strada nella mia bocca, un ballo selvaggio di saliva e desiderio. Poi mi abbassò, e il suo cazzo, spesso e duro, premette contro il mio buco. Una spinta, e poi un'altra, e poi fui pieno. Il suo corpo che si muoveva, le sue palle che sbattevano contro le mie natiche. Un altro mi afferrò i capelli, tirando la mia testa all'indietro, mentre un terzo mi succhiava i capezzoli, le sue dita che mi esploravano il culo, preparandomi per il prossimo.
Perdetti la cognizione del tempo. I loro cazzi mi riempivano, uno dopo l'altro, senza sosta. Sentivo le loro erezioni, la loro forza, il loro calore. Il mio corpo era un caos di piacere e dolore, una tela su cui dipingevano il loro desiderio. Venivo più e più volte, ogni orgasmo più forte del precedente, il mio corpo che tremava incontrollabilmente, le gambe che non mi reggevano più. Le loro voci si mescolavano ai miei gemiti, le loro mani che mi afferravano, mi tiravano, mi spingevano. Il sapore del loro sperma sulla mia lingua, il loro odore sulla mia pelle.
Quando l'ultimo di loro ebbe finito, un lungo e profondo gemito che risuonò nella stanza, crollai a terra. Esausto, svuotato, ma incredibilmente soddisfatto. Il mio corpo era un groviglio di muscoli doloranti, ma ogni nervo era ancora vibrante di sensazioni. Il pavimento era freddo sotto la mia schiena nuda.
Marco si chinò, la sua mano grande e calda che si posò delicatamente sulla mia guancia. I suoi occhi scuri mi fissavano con una tenerezza inaspettata.
"Sei stato bravo, Luca," la sua voce era dolce, un sussurro caldo. "Ci hai presi tutti come un campione."
Un sorriso stanco ma sincero si disegnò sulle mie labbra. Il dolore era lì, ma era un dolore dolce, un promemoria di ciò che avevo provato.
"Sono contento che tu sia venuto quel giorno," la mia voce era roca, quasi irriconoscibile.
"Anch'io, Luca," rispose, la sua mano che mi accarezzava la guancia con il pollice. "Anch'io."
Si alzarono, uno dopo l'altro, si vestirono in silenzio. Le loro figure imponenti che si muovevano verso la porta, lasciando dietro di sé l'odore di sudore, sperma e un ricordo indelebile. Marco fu l'ultimo ad uscire. Mi lanciò un ultimo sguardo, un sorriso complice, e poi la porta si chiuse.
Rimasi lì, sdraiato sul pavimento, il corpo ancora pulsante. Non avevo mai provato niente del genere prima, e sapevo che non l'avrei mai dimenticato. Ero passato dall'essere un ragazzo timido e inesperto, immerso nei miei libri, a un uomo che era stato fottuto da quindici operai edili. Era stata un'esperienza incredibile, un risveglio dei sensi, un'esplorazione di desideri che non sapevo di avere. E non avrei cambiato nulla. Lentamente, mi misi a sedere, il corpo che protestava. Mi trascinai verso la finestra, guardando fuori. L'impalcatura, il simbolo di quel cambiamento, veniva giù, pezzo per pezzo, smontata con la stessa efficienza con cui era stata eretta. E mentre il sole tramontava, tingendo il cielo di arancio e viola, sorrisi. Avevo una storia da raccontare, una storia che avrebbe risuonato dentro di me per sempre.
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